
L’Arcivescovo di Napoli, Cardinale Mimmo Battaglia, ha recentemente esternato in una sua lettera (pubblicata sul sito dell’Arcidiocesi di Napoli) il proprio pensiero con toni molto preoccupati.
Il Priore Generale d’Italia, Sua Eccellenza Umberto Caruso, Principe di Spaccaforno, appartentente al Fons Honorum dell’Ordine di Sua Serenissima Maestà Imperiale Eliyauh I di Benjamin et David del Regno di Gerusalemme della Casa Reale del Re David I Salomone – Impero di Israele e Regno di Giuda – e tutte le Case Reali e Imperiali dei discendenti in linea Sovrana sotto Ius Sanguinis, Ius Maiestatis, Imperium Come Angiò 1° Dinastia a 7° Dinastia de Regno di Sicilia e Regno di Napoli, Re Templare della genealogia Sacra del Santo Sion come Re Graal, in una lettera inviata a tutti i Templari esprime il suo pensiero:
Le parole del Cardinale ci pongono davanti a una verità che nessun uomo investito di autorità dovrebbe eludere: i simboli non sono mai innocenti. Essi formano le coscienze, orientano i comportamenti e rivelano quale idea dell’uomo e del potere una società abbia scelto di onorare.
Una pistola offerta come dono diplomatico non è soltanto un oggetto. Anche quando non viene usata, conserva il significato per il quale è stata costruita: la possibilità di ferire e di togliere la vita. Trasformarla in omaggio istituzionale significa rischiare di rivestire la violenza di prestigio, di solennità e perfino di cortesia.
Il Cardinale coglie con forza il cuore della questione: il male non perde la propria natura quando viene presentato con eleganza. La morte non diventa meno morte perché è custodita in un astuccio, ornata da un’incisione o consegnata durante una cerimonia ufficiale.
Come Priore Generale di un Ordine che porta nel proprio nome la memoria dei cavalieri del Tempio, sento il dovere di pronunciare una parola chiara. La tradizione cavalleresca cristiana non può essere ridotta al culto delle armi. La vera cavalleria non consiste nella capacità di colpire, ma nella disponibilità a proteggere; non nell’ostentazione della forza, ma nel dominio di sé; non nella ricerca del nemico, ma nella difesa dell’innocente.
La spada del cavaliere, nella sua interpretazione spirituale, non è mai stata un idolo. Essa doveva essere sottoposta alla croce, alla giustizia e alla coscienza. Separata dalla croce, la spada diventa soltanto violenza. Separata dalla misericordia, la forza diventa sopraffazione. Separato dal servizio, il potere diventa paura.
Per questo è particolarmente significativa l’immagine evangelica richiamata dal Cardinale: Cristo che, nell’ora del tradimento e del pericolo, non consegna un’arma ai suoi discepoli, ma si cinge di un asciugatoio e si inginocchia per lavare loro i piedi.
In quel gesto è racchiusa la misura cristiana dell’autorità.
Chi comanda deve servire.
Chi è forte deve proteggere.
Chi possiede il potere deve rispondere della vita dei più deboli.
Il vero cavaliere non è colui davanti al quale gli altri tremano, ma colui accanto al quale gli indifesi possono sentirsi al sicuro.
Non possiamo ignorare le minacce che attraversano il nostro tempo. Non possiamo negare il dovere degli Stati di proteggere i propri cittadini, né possiamo fingere che la violenza scompaia semplicemente pronunciando la parola “pace”. La pace cristiana non è ingenuità, passività o resa davanti al male. Essa è un’opera esigente di giustizia, verità, responsabilità e riconciliazione.
Proprio perché conosciamo la durezza del conflitto, dobbiamo vigilare affinché le armi non diventino oggetti di venerazione, segni di prestigio o strumenti attraverso i quali il potere riconosce sé stesso.
La sicurezza non può essere misurata soltanto dalla quantità delle armi possedute. Una sicurezza costruita esclusivamente sulla paura reciproca rimane fragile, perché obbliga ogni popolo a temere il proprio vicino e ogni nazione ad armarsi contro l’altra.
La pace autentica non è semplicemente il silenzio delle armi. È la condizione nella quale nessun padre teme di non tornare a casa, nessuna madre attende il proprio figlio davanti a una porta che non si aprirà e nessun bambino cresce imparando che la violenza è il linguaggio naturale degli adulti.
Accogliamo dunque l’appello del Cardinale a lasciare idealmente una sedia vuota nei luoghi delle decisioni. Su quella sedia siedono le vittime senza nome, i civili sotto le macerie, i profughi, gli orfani, le famiglie spezzate e tutti coloro che pagano il prezzo di decisioni prese lontano dalle loro case.
Prima di parlare di strategie, deterrenza e armamenti, i potenti della terra guardino quella sedia.
Ricordino che ogni decisione politica ha un volto umano. Ricordino che l’autorità non è un privilegio da esibire, ma un peso da portare. Ricordino che la grandezza di una nazione non si misura dalla paura che può suscitare, ma dalla vita che è capace di difendere.
L’Ordine Templare, fedele alla propria vocazione cristiana, non può riconoscersi nella glorificazione della morte. Il nostro combattimento più alto è quello contro l’odio, l’ingiustizia, l’indifferenza e la violenza che abitano anzitutto il cuore dell’uomo.
Alla logica dell’arma offerta come omaggio opponiamo il segno del pane condiviso.
Alla forza che minaccia opponiamo la fermezza che protegge.
Al potere che domina opponiamo l’autorità che si inginocchia davanti alla dignità umana.
Perché soltanto chi sa inginocchiarsi davanti a Dio e davanti alla sofferenza dell’uomo può rialzarsi con la forza necessaria per servire veramente la pace.

